Domenica scorsa, parlando del gioco sul ciclismo: idea mia, regole mie, codice scritto da Claude Code, e notate con che fretta ci tengo a precisarlo, ho scritto che non c’è creatività senza senso di colpa. Una frase che ha dato il via a due dialoghi di senso opposto molto stimolanti.
La frase per noi italiani è una bandiera, visto che abbiamo alle spalle due millenni di catechismo che ci hanno insegnato una procedura circolare: peccato, confessione, assoluzione, ricominciare da capo. Una procedura da cui è uscita mezza cultura occidentale.
Dante ha costruito tre cantiche su un sistema di colpe, pene, contrappassi e possibilità di salvezza. Caravaggio ha dipinto persone che sembrano sempre colte un secondo dopo il peccato o un secondo prima della grazia. Il barocco, il melodramma, l’opera: tutta roba che vive di colpa, e soprattutto di messa in scena della colpa. Perché la colpa cattolica non ama stare da sola. Vuole un altare, una luce laterale, qualcuno che guardi. Si espia sempre sotto uno sguardo.
Poi guardi verso Nord e per un attimo pensi: beati loro. Meno incenso, meno confessionali, meno madonne piangenti, più aria fresca. In realtà la colpa c’è anche lì, solo che le hanno tolto la teatralità. Il protestante, almeno nella caricatura che ci fa comodo, pecca e resta solo. Nessuno gli toglie davvero il peso. Non c’è assoluzione, il conto resta aperto. E infatti, da quella solitudine, è uscita un’altra forma di cultura. Munch dipinge un urlo che sa di angoscia e disperazione. Bergman ha passato una vita a filmare il silenzio di Dio. Perfino la Sirenetta ha alle spalle una storia di sofferenza.
Quindi, semplificando: noi italiani la colpa la mettiamo sull’altare, loro se la tengono nello stomaco. Noi la drammatizziamo, loro la interiorizzano. Noi scena madre, loro esaurimento nervoso.
E poi c’è quell’etica del lavoro che Weber ha messo al centro della nascita del capitalismo moderno: se non ti confessi, se nessuno ti assolve, allora forse l’unico modo per calmare la colpa è produrre. Lavorare. Tenere i conti. Essere puntuale. Insomma: la colpa non produce una cosa sola in una direzione, ma a 360 gradi.
Ed è qui che torna il problema da cui è nato tutto questo: la macchina che scrive, testi o codice. Perché il punto non è solo se Claude, ChatGPT o qualsiasi altra intelligenza artificiale sappiano mettere insieme frasi convincenti. Il punto è che lo fanno senza debito. Senza vergogna. Senza quella vocina ridicola e potentissima che ti dice: “ma questa cosa è davvero tua?”, “hai lavorato abbastanza?”, “non starai barando?”.
La macchina non prova questo sospetto. Non si sente in colpa per una frase troppo bella arrivata troppo in fretta. Non ha bisogno di confessarsi prima ancora di essere accusata. Non cerca assoluzione nei commenti, non si prepara una difesa, non trasforma un dubbio tecnico in un piccolo dramma morale.
Io sì. Quando ho raccontato su un social che il codice l’aveva scritto Claude, prima ancora che qualcuno me lo chiedesse e l’ho rifatto qui, nella prima riga, con la stessa fretta, ho fatto esattamente quello che la mia tradizione culturale mi ha insegnato a fare: ho preso una colpa e l’ho portata in pubblico.
E forse è proprio questo il punto. Non c’è creatività senza senso di colpa, perché creare significa sempre sentirsi in debito con qualcosa: con chi ti ha preceduto, con quello che hai letto, con quello che hai copiato senza accorgertene, con quello che non sei riuscito a dire, con la pagina bianca, con il tempo degli altri.
La colpa così diventa carburante. Le civiltà che si sono sentite più in debito, con Dio, con il lavoro, con la salvezza, con la perfezione o con la propria insufficienza, sono spesso anche quelle che hanno prodotto di più. Come se ogni opera fosse un tentativo di saldare un conto che, naturalmente, non si chiude mai. La macchina, quel conto, non lo vede. Non deve niente a nessuno. Non si vergogna, non confessa, non espia. Produce.
Io invece, per fortuna o per condanna, continuo a chiedermi se ho fatto abbastanza, se ho barato, se ho trasformato una scorciatoia in uno stile, se dietro una frase riuscita c’è ancora qualcosa che assomiglia a me. E quindi sì: finché continuo a sentirmi anche solo un po’ in colpa, sono ragionevolmente sicuro che il pezzo sia ancora mio.