il tabù patrimoniale. Ovvero: perché chi scarta una proposta deve almeno dire cosa fa

I. Il rutto in chiesa

Ogni tanto, a sinistra, si alza una voce che invoca la patrimoniale. E subito in molti si voltano a guardare chi l’ha pronunciata come si guarderebbe chi ha appena ruttato in chiesa. Qualcuno dice che no, non si può fare. La discussione si chiude, fino al prossimo giro.

Questo fenomeno comunicativo dice più di mille articoli sulla patrimoniale stessa. Dice che toccare i grandi patrimoni non è una questione economica o politica: è una questione quasi religiosa. E quando una questione economica diventa religiosa, è il momento di farsi qualche domanda.

II. La realtà empirica, 1980-2026

Negli ultimi quarantacinque anni, nelle economie occidentali avanzate, la distribuzione della ricchezza ha subìto uno spostamento tettonico verso l’alto. È una tendenza misurata e verificata da istituzioni indipendenti.

Il fenomeno, in sintesi:

  • I ricchi sono diventati ricchissimi. Negli Stati Uniti il top 1% possedeva circa il 23% della ricchezza netta nel 1989; oggi ne possiede circa il 31%,  un record storico toccato nel 2025. I benestanti sono finiti in una fascia dove il capitale produce reddito e il lavoro insegue.
  • La classe media reale, quella degli stipendi fissi e della casa di proprietà, è scivolata lentamente verso il basso.
  • I poveri sono diventati più poveri: non nel reddito nominale, ma nell’accesso ai beni essenziali, casa, sanità, istruzione, che è peggiorato in termini relativi.

I dati che misuriamo:

  • L’indice di Gini sulla disuguaglianza dei redditi è cresciuto costantemente dagli anni Ottanta a oggi. In Italia, sul reddito disponibile, è salito da circa 0,28 nel 1989 a 0,34 nel 2020 (Banca d’Italia, Indagine sui bilanci delle famiglie): sei punti in trent’anni, in gran parte legati alla recessione del 1992-93. Negli Stati Uniti il trend è ancora più marcato.
  • La mobilità intergenerazionale, la capacità del figlio di una famiglia povera di diventare ricco — è diminuita, non aumentata. Nonostante le promesse di meritocrazia, il posto che occupi alla nascita conta sempre più del tuo talento.
  • L’accesso alla proprietà abitativa per i giovani si è contratto. Negli anni Ottanta un giovane italiano con reddito medio poteva immaginare di comprare casa. Oggi il rapporto prezzo-reddito è molto più alto: il costo della proprietà si è allontanato dalla capacità di acquisto. È una frattura strutturale, difficilmente recuperabile.
  • Il rendimento del capitale ha superato il tasso di crescita dell’economia. Tradotto: se hai patrimonio, il denaro lavora per te più velocemente di quanto l’economia produca nuova ricchezza.

III. Le cause strutturali

Non è frutto del caos o della sfortuna. Dietro questa concentrazione ci sono ragioni concrete e misurabili, che vale la pena descrivere per capire il fenomeno,  non per accusare qualcuno.

A. La finanziarizzazione dell’economia

Dai primi anni Ottanta, il peso dei mercati finanziari è cresciuto in modo esponenziale rispetto all’economia produttiva. Il denaro ha smesso di accumulare valore solo producendo beni e servizi: ha imparato a moltiplicarsi generando rendite finanziarie.

Il tasso di ritorno su questi attivi ha sistematicamente superato la crescita economica e i salari. Se possiedi un portafoglio azionario, il tuo denaro cresce a un ritmo diverso da quello di chi guadagna uno stipendio. Sul lungo periodo, questa divergenza apre una frattura: chi ha capitale se lo vede moltiplicare; chi ha solo reddito da lavoro vede contrarsi il proprio potere d’acquisto relativo.

B. L’immobiliare come meccanismo di trasferimento intergenerazionale

La casa non è più un bene di consumo. È un bene rifugio, speculativo, e, sempre di più,  il principale canale attraverso cui la ricchezza passa da una generazione all’altra senza tassazione progressiva.

Il prezzo degli immobili è salito non perché i giovani diventassero più ricchi, ma perché i capitali globali hanno individuato nel mattone un rifugio sicuro. Con due effetti:

  • Chi già possiede casa vede crescere il proprio patrimonio senza fare nulla.
  • Chi non la possiede e soprattutto chi è giovane vede il costo della proprietà allontanarsi dal proprio reddito possibile.

Risultato: la proprietà abitativa, che negli anni Settanta e Ottanta era il grande equalizzatore della classe media, è diventata uno strumento di perpetuazione della disuguaglianza. Se erediti una casa da genitori benestanti, il tuo patrimonio di partenza è incomparabile rispetto a chi non eredita nulla. E questa eredità passa di generazione in generazione con una tassazione che, da noi, è inferiore a quella sul reddito da lavoro.

C. Le eredità e i trasferimenti intergenerazionali

Il meccanismo più potente di creazione di disuguaglianza persistente non è il merito, né il talento, né l’imprenditorialità è l’eredità.

Se nasci da genitori ricchi, ricevi un patrimonio accumulato in una o più generazioni senza aver fatto nulla: parti già avanti. Se nasci da genitori poveri, parti da zero. La promessa della società meritocratica è che il talento compensi il punto di partenza. La realtà dei dati dice il contrario: il punto di partenza conta sempre di più.

In Italia, in particolare, il trasferimento intergenerazionale di ricchezza avviene con una tassazione sulle successioni tra le più basse d’Europa. Nei paesi con imposte di successione significative, il trasferimento dei grandi patrimoni è progressivo e chi ha di più paga di più. Da noi, un grande patrimonio passa praticamente intatto.

D. La disuguaglianza dei redditi da lavoro

Mentre il rendimento del capitale superava la crescita economica, il mercato del lavoro si trasformava. I salari reali, in molte fasce, sono rimasti stagnanti. Ma non per tutti allo stesso modo: il premio salariale per chi ha capitale umano e posizione elevata (top manager, specialisti) è cresciuto, mentre per tutti gli altri è rimasto piatto.

Non è il risultato di un mercato “naturale”. È il risultato di scelte politiche: deregolamentazione del lavoro, indebolimento dei sindacati, aumento della precarietà, segmentazione del mercato. Chi sa che domani potrebbe essere disoccupato non risparmia. Non accumula patrimonio. Resta povero.

E. La regressione della progressività fiscale su capitale e grandi patrimoni

Infine: negli ultimi quarant’anni, la tassazione sui grandi patrimoni, sulle successioni e sui redditi da capitale è calata drasticamente.

Le aliquote marginali massime sul reddito sono crollate: in Italia l’IRPEF prevedeva un’aliquota di vertice del 72% tra il 1974 e il 1982, scesa al 65% nel 1983, al 50% dal 1989, fino all’attuale 43%. Le imposte di successione sono state ridotte o abolite in molti paesi. Le tasse su capitali e rendite finanziarie sono inferiori a quelle sul lavoro. E i meccanismi di pianificazione fiscale per i grandi patrimoni sono diventati sofisticati e perfettamente legali.

Risultato: il carico fiscale si è spostato dalle spalle di chi ha patrimonio a quelle di chi ha solo reddito da lavoro. Un sistema che, nelle intenzioni, dovrebbe essere progressivo, chi ha più risorse contribuisce di più, è diventato meno progressivo.

IV. Gli argomenti contrari sono seri

Gli argomenti contro una tassa patrimoniale non sono infondati. Sono argomenti seri, che meritano una risposta seria.

“La patrimoniale provoca la fuga dei capitali”

È il problema vero, il più grave. Se metti una tassa pesante sul patrimonio e nessun altro paese la mette, il denaro se ne va.

La Francia ci ha provato: prima con l’IGF (Impôt sur les Grandes Fortunes), istituito da Mitterrand nel 1982 e abolito da Chirac nel 1986; poi con l’ISF (Impôt de Solidarité sur la Fortune), reintrodotto nel 1989. Ingegneria fiscale complicata, valutazioni dei patrimoni spesso approssimative, comunicazione disastrosa. Risultato: una parte dei grandi patrimoni emigrò verso Belgio, Svizzera e Lussemburgo. Quando, nel 2017, l’ISF fu trasformato nell’IFI (limitato al solo patrimonio immobiliare), il dibattito era ormai più ideologico che fiscale.

Ma, ed è il punto che gli abolizionisti non ammettono, la Francia ha sbagliato il disegno, non ha dimostrato che l’idea sia impossibile. La Svizzera ha imposte patrimoniali cantonali tuttora attive, con aliquote significative, e il denaro non scappa.

Attenzione, però, a non usare la Svizzera come prova troppo comoda: trattiene i capitali non solo perché tassa “bene”, ma perché è essa stessa un magnete fiscale, con stabilità politica, efficienza amministrativa e un assetto che conviene a chi resta. È un caso particolare, non un modello replicabile facilmente. Resta vero, però, il punto di fondo: una patrimoniale ben disegnata, dentro un sistema affidabile, può convivere con la permanenza dei capitali.

Il vero problema della patrimoniale, allora, non è se possa funzionare. È come coordinarla a livello internazionale per evitare che il denaro fugga nei paradisi fiscali. È un problema politico, non economico.

Se tutti i paesi occidentali, almeno quelli dell’OCSE, adottassero una patrimoniale coordinata, il problema della fuga si ridurrebbe drasticamente. Il denaro deve pur stare da qualche parte: se non c’è un rifugio, non fugge. Va detto con onestà che il coordinamento fiscale internazionale è la cosa politicamente più difficile che esista,  la global minimum tax sulle imprese ha richiesto anni e conserva ampie falle. Ma questo non è un argomento contro la patrimoniale. È un argomento per farla bene, insieme, a livello internazionale.

“È una doppia tassazione”

Formalmente lo è. Se un patrimonio è già stato tassato come reddito, tassarlo di nuovo come patrimonio significa contarlo due volte.

Ma il ragionamento s’inceppa subito: il patrimonio di chi è ricco spesso non è stato tassato come reddito. È eredità, tassata come successione, e in Italia le imposte di successione sono bassissime. Oppure è plusvalenza non realizzata: il valore della casa che raddoppia, delle azioni che salgono. Se la casa raddoppia di valore, il proprietario non paga nulla su quell’aumento finché non la vende.

E comunque: il reddito già tassato viene tassato di nuovo quando lo spendi (IVA). L’incremento di valore immobiliare è già toccato da imposte di registro e, in certi casi, da plusvalenza. Nessuno grida allo scandalo della doppia tassazione. Un sistema progressivo, per definizione, implica tassazione a più livelli.

“È difficile da amministrare”

Vero. Valutare un patrimonio è complicato. Quanto vale quella villa? Quel fondo di commercio? Quella collezione d’arte? Come si tassa senza trasformare tutto in un incubo burocratico?

È difficile, ma non impossibile. Molti paesi lo fanno già: la Svizzera valuta i patrimoni ai fini dell’imposta cantonale. La Francia lo faceva prima dell’abolizione (e lo faceva male, il che contribuì al fallimento). L’Italia stessa ha sistemi di valutazione per le imposte di successione, per quanto imperfetti.

E poi: gli altri tributi non sono semplici. L’IVA è complicatissima, con mille regimi speciali. L’imposta sulle società è un labirinto. Difficile non vuol dire impossibile. Il costo qui è amministrativo, ma soprattutto politico: serve la volontà di costruire strutture di controllo, formare esperti di valutazione e, soprattutto, individuare gli evasori.

“Disincentiva l’accumulazione e la crescita”

Il ragionamento è economico: se tassi il patrimonio, le persone accumuleranno meno, investiranno meno, l’economia crescerà meno.

È possibile. I dati, però, non lo confermano univocamente. La Svizzera, che ha tasse patrimoniali significative da decenni, ha crescita economica normale. Il Giappone, che ha tasse di successione progressive, cresce regolarmente. E soprattutto: l’incentivo all’accumulazione infinita di patrimonio non è sempre un bene per la società. Se il denaro non circola ma si accumula, generando altre rendite finanziarie, forse un po’ di disincentivo non guasta. Anzi: potrebbe spingere verso l’investimento produttivo invece della speculazione immobiliare.

V. Il punto che non torna

La patrimoniale ha problemi. Può provocare fuga di capitali se mal disegnata. È complicata da amministrare. Ha precedenti non sempre felici. È una soluzione tra le tante.

Ma quello che non va accettato è lo scarto categorico.

Chi rifiuta la patrimoniale, perché la rifiuta? Quasi mai perché “abbiamo provato e non funziona”. La rifiuta preventivamente. Come se fosse  impossibile.

Questo scarto non è razionale. È ideologico. E quando il dibattito diventa ideologico, è il momento di chiedere conto a chi parla.

VI. Le due domande che non si possono evitare

Mettiamo subito un punto fermo, per non costruire un facile bersaglio: il problema non è chi rifiuta la patrimoniale e propone seriamente altro,  politiche sulla casa, sui salari, sui servizi pubblici, sull’evasione, sulle successioni. Il problema è chi rifiuta qualunque intervento. È a costui che vanno rivolte due domande. Non può aggirarle.

Domanda 1: riconosci che la concentrazione crescente di ricchezza è un problema?

Non per la sinistra radicale. Per te, per la democrazia, per la coesione sociale, per le opportunità reali dei giovani, per la stabilità del sistema.

Se rispondi sì, passa alla domanda 2. Se rispondi no, almeno sii coerente, sii aristocratico fino in fondo. Dichiaralo: “Sì, la ricchezza si concentra sempre di più, e per me va bene così. Chi è ricco ha diritto di diventare ricchissimo, senza limiti. I poveri restino poveri. La società di classi è naturale.” Almeno saremmo onesti.

Domanda 2: se il problema esiste, quale meccanismo proponi per affrontarlo?

Non “la crescita economica”. Negli ultimi quarantacinque anni la crescita non ha ridotto la disuguaglianza: l’ha amplificata. La torta è cresciuta, ma la fetta di chi è ricco è cresciuta molto più di quella di chi è povero. Non ha funzionato finora e non c’è motivo di credere che inizi a funzionare ora.

Non “l’istruzione e la meritocrazia”. L’istruzione conta, ma la mobilità intergenerazionale non risale con l’istruzione se il punto di partenza è troppo distante. Il figlio di una famiglia povera può essere un genio: senza capitale iniziale, il suo talento avrà meno occasioni di esprimersi rispetto al figlio mediocre di genitori ricchi. L’istruzione non compensa l’eredità.

Opzione A: una patrimoniale coordinata a livello internazionale. Se rifiuti la patrimoniale italiana “da sola”, proponi almeno di coordinarla a livello europeo o OCSE, sul modello svizzero. Aliquote moderate (0,5-1%), disegno trasparente, attuazione seria. Come la disegneresti? Quale aliquota? Quali esenzioni (prima casa, aziende produttive)? Come eviteresti la fuga verso i paradisi fiscali  con accordi internazionali, scambi di informazioni, conseguenze per chi non aderisce? Sviluppa questa opzione. Sul serio. Se la rifiuti anche così, allora qui finisce il dibattito su ciò che è possibile.

Opzione B: imposte di successione molto progressive. Invece di colpire il patrimonio accumulato, colpisci il trasferimento intergenerazionale. È meno invasivo, ma forse più efficace sulla disuguaglianza strutturale. Per esempio: 70% sopra i 5 milioni, 50% tra 2 e 5 milioni, 20% tra 500 mila e 2 milioni, piccoli patrimoni di fatto esentati. Ridurrebbe il passaggio dei grandi patrimoni e allargherebbe la base patrimoniale tra i giovani. Come la struttureresti? Quale soglia di esenzione? Come eviteresti l’elusione tramite donazioni ante-mortem? Quale gettito ti aspetti?

Se né la patrimoniale né le successioni progressive ti convincono, allora quale meccanismo proponi per affrontare il trasferimento intergenerazionale di ricchezza? Perché è questo il vero motore della disuguaglianza persistente, non il reddito da lavoro.

Se non hai risposta, allora ammetti che la tua proposta è il nulla. E che il nulla ha conseguenze.

VII. Il nulla e le sue conseguenze

Eccoci al punto finale, e al più importante.

Non fare nulla, per quarantacinque anni, ha avuto conseguenze concrete e misurate.

La concentrazione di ricchezza non è un’astrazione. Ha ricadute reali:

  • Un giovane oggi fatica a comprare casa. Non per pigrizia, ma per struttura economica.
  • La mobilità intergenerazionale è calata. Il tuo posto nella società dipende sempre più da dove sei nato, sempre meno dal tuo talento.
  • La classe media reale quella che aveva casa, istruzione e sanità di qualità, tempo libero  sta scivolando verso il basso.
  • La fiducia nelle istituzioni cala, perché sempre più persone sentono che il sistema non è meritocratico ma ereditario.
  • La democrazia stessa è a rischio. Chi ha molto denaro ha molto potere politico, e a quel punto la democrazia scivola verso l’oligarchia.

Tutto questo è accaduto mentre ripetevamo “la patrimoniale non si può fare”, “il mercato si autoregola”, “la crescita risolve tutto”.

Non ha risolto nulla. Ha amplificato il problema.

Forse il vero tabù non è la patrimoniale. È ammettere che negli ultimi quarantacinque anni abbiamo scelto, ripetutamente, di non fare nulla davanti a un problema che avevamo sotto gli occhi. E che quel nulla ha avuto delle conseguenze.

VIII. Conclusione: su chi grava l’onere della prova

Quando qualcuno a sinistra alza la mano e dice “patrimoniale”, di solito gli si chiede: dimostrami che funziona. Un onere della prova enorme. Perché la patrimoniale è sospetta, radicale, potenzialmente pericolosa.

Ma la logica si capovolge se accetti la premessa: che la concentrazione di ricchezza è un problema.

Se è un problema, allora chi rifiuta le soluzioni, tutte le soluzioni,  deve dimostrare il contrario: che il nulla basta. Che il mercato si regola da solo. Che la crescita ridurrà la disuguaglianza. Che l’istruzione farà il resto. Che la mobilità intergenerazionale risalirà spontaneamente.

Dimostralo. Con i dati. Con la serie storica. Con gli esempi dei paesi dove il nulla ha funzionato.

Finora la realtà dice che non è accaduto.

Se non riesci a dimostrarlo, allora almeno sii onesto: ammetti che il nulla ha conseguenze, che è una scelta consapevole, che accetti il problema perché ti conviene, e basta.

Oppure proponi qualcosa. Qualunque cosa. Un’alternativa rigorosa, articolata, che affronti il trasferimento intergenerazionale della disuguaglianza. Magari è migliore della patrimoniale. Probabilmente lo è.

Ma dire “la patrimoniale non si può fare” e poi non dire cosa si può fare non è prudenza. È conservatorismo, complicità con l’inerzia, e significa accettare che così, in fondo, va tutto bene.