Nello stesso mese di maggio, a poca giorni l’una dall’altra, due squadre della capitale del loro paese sono arrivate in fondo a una coppa europea. Una ha vinto la Champions League, l’altra è arrivata a giocarsi la Conference, che della Champions è la cugina povera. Già qui, in questa differenza di rango, c’è tutto il resto. Perché per il resto sono all’opposto in tutto.
Il Rayo Vallecano è la squadra di un quartiere, il Vallecas. Ha uno stadio così stretto che su un lato non ci sono spalti, solo un muro, e le partite se le guardano dai balconi i palazzi di fronte. I biglietti si vendono ancora di carta, allo sportello, in coda, per ore, sotto il sole o sotto la pioggia. È di sinistra una curva intera, cosa rarissima in Europa, e quando un giocatore di troppe simpatie all’estrema destra stava per arrivare, i tifosi lo rispedirono al mittente.
Il Paris Saint-Germain è nato nel 1970 per decreto, come nascono certe strade. Lo volle la lega francese perché alla capitale mancava una squadra all’altezza. Mancavano anche i tifosi organizzati, e negli anni Ottanta furono creati pure quelli. Nel 2011 è stato comprato da un fondo sovrano del Qatar, che ne ha fatto lo strumento di una politica di immagine planetaria e, nel frattempo, la squadra più ricca d’Europa. Il Rayo ha cento anni di storia e nessun titolo che conti. Il PSG ne ha cinquanta e ha appena vinto tutto.
Messi di fronte, il Rayo e il PSG non raccontano solo due modi di fare calcio. Raccontano un paradosso che il calcio, e lo sport in generale, non sa risolvere. Perché la curva continua a rappresentare un quartiere, una classe, una comunità di facce conosciute. Ma chi possiede la curva risponde ormai a un fondo sovrano, a un gruppo d’investimento, in qualche caso a un governo. Da una parte gli sportelli cartacei. Dall’altra i consigli d’amministrazione.
Non è solo il calcio. Le Olimpiadi sono diplomazia di Stato con la fiaccola, la Formula 1 e il ternnis vendono rispettabilità a chi può permettersela. Lo sport è diventato il posto dove l’identità popolare e la strategia finanziaria si incontrano, sorridono e si stringono la mano. Poi una delle due paga il conto.
Lo smarrimento, in tutto questo, è soprattutto di chi tifa. Quello che lo definiva, l’orgoglio di essere di qui e non di là, è diventato una voce nel portafoglio di qualcun altro. E chi sta in coda da quattro ore per un biglietto di carta, probabilmente, lo ha capito prima di noi.